Storie universitarie.

La vita è strana e il destino segue strade contorte. Te ne accorgi quando nella strada per entrare a lavorare per un editoriale di moda cominci i tuoi studi da un corso d’informatica in cui t’insegnano a creare un’applicazione.

Un sottotetto nel cielo, un taglio bohémienne e le parole di Steve Jobs qui.

Torino è silenziosa, come un grande paese travestito da città, soprattutto la domenica. O forse è silenziosa per me, che al quinto piano del palazzo vivo in un sottotetto nel cielo. È il sottotetto da cui comincia la mia nuova vita, o almeno, questo è quello che mi aspetto. A vent’anni ti senti pieno di giorni, come ne avessi quaranta di anni, come se la vita fosse una compagna che conosci da molto tempo e contro cui vuoi prenderti la tua rivincita. A vent’anni non ti rendi veramente conto di quanto giovane sei, e che la vita è ancora totalmente estranea dalla tue corde. Oppure, al contrario, ti senti fin troppo piccolo, per la vita, e il futuro che ti viene in contro ti fa paura. Non saprei dire se questa confusione d’identità, per così dire, sia solo parte della mia mente confusionaria, o sia invece un sentimento scovabile nella maggior parte degli animi dei giovani come me. È da tre mesi ormai che sogno questo momento, la sera prima dell’inizio delle lezioni, come si aspetta l’inizio dell’anno nuovo per i buoni propositi. E adesso sono qui, in una città che non avevo pianificato, con compagni di viaggio che non avrei pensato, in una facoltà che non rientrava nei miei progetti. E succede che mi piace.
Mi piace Torino che sonnecchia la domenica pomeriggio, in attesa dell’inizio della settimana; e mi piacciono le pareti bianche del bilocale nel cielo, e i soffitti inclinati che seguono la linea del tetto, e la luce che piano piano cala, disegnando ombre scure sulle pareti. Mi piace la pace di questo posto, che sento mio già ora. È come una culla dolce, che mi protegge. Mi dice che la casa è più un sentimento che un luogo fisico.
Forse la dolcezza che piano piano mi si è insinuata dentro è dovuta ai miei genitori, che mi hanno accompagnata a Torino con la macchina piena di roba che sembrava stessi partendo per l’America, e che tutto sommato ho salutato con un nodo alla gola, perché ancora non mi sento pronta a lasciare la mia vita di bambina per il mondo che c’è la fuori. O forse è dovuta al sottotetto luminoso, che sembra rifugio di artisti bohémienne. O forse al mio nuovo taglio di capelli, che mi fa sentire irriverente e indipendente.

Comunque sia, comunque andrà domattina, se anche dovessi perdermi in corridoi affollati e arrivate tardi, so che andrà bene. So che il mondo è li fuori e so che c’è un posto riservato per me. E la strada sarà lunga, ma alla fine collegherò i puntini, le tappe del mio viaggio, e il disegno che apparirà sarà unico, e avrò nel cuore la certezza di averlo saputo fin dall’inizio.
Dicono che chi bene incomincia è già a metà dell’opera, e io sento che la mia compagna di sta sera è soprattutto la fiducia, nel mio futuro e in me stessa.

Conosci anche gli altri oltre a te stesso.

I lunedì sono un po come il primo giorno dell’anno, una volta a settimana: ti senti pronto a iniziare una nuova vita, finchè tutti i tuoi problemi ti ricascano addosso e allora capisci che per aprire un nuovo libro, devi per forza chiudere quello vecchio, e non è che la cosa sia proprio così automatica. 

La strada per ripartire da zero è lunga e in salita, e nella maggior parte dei casi sei solo. Dicono spesso che per stare bene con gli altri occorra prima riuscire a star bene con se stessi, e questa cosa pochissima la mettono in pratica. Negli altri cerchiamo una cura, un antidoto a noi stessi, perchè guardarci dentro ci spaventa ed è meglio fuggire e rintanarsi in qualcun’altro che affrontare il baratro che scopriamo dentro di noi. Bisogna pur trovare un modo per evitare la pazzia. Comunque sia. Anche se teoricamente apprezzo la dottrina del “Conosci te stesso” penso che diventare pazzi all’età di vent’anni sia davvero prematuro, a meno che il discorso non si applichi a qualche geniale bambino prodigio, che non è il mio caso. Di conseguenza mi analizzo solo in poche occasioni, e nella maggior parte dei casi lo faccio solo per un sincero interesse per la natura umana, e per comprendere meglio i comportamenti di chi mi sta attorno. Per il resto del tempo, mi nascondo nella compagnia rassicurante dei miei amici. Può il comportamento sembrare mediocre, ma ho un cuore tenero e non aspiro ad atti eroici come la vita da eremita. Lasciamo stare l’excursus sui miei amici e il tempo che passiamo assieme, il nocciolo della situazione è che cambiare vita è praticamente impossibile, e difficile è anche solo seguire il percorso della vita che già abbiamo, quindi tanto vale che lo facciamo in compagnia. E non è un comportamento da deboli, l’aver bisogno di qualcuno al nostro fianco. Siamo esseri umani, qualcuno diceva che la nostra essenza ci porta a vivere in comunità o una cosa simile. Forse, quello che non ci hanno mai raccontato è che conoscere se stessi è giusto, ma ci stupiremmo di quanto la maggior parte delle volte scopriamo noi stessi nelle persone che ci stanno a cuore, come specchi, o come vasi, che prendono da noi solo il meglio. Forse è questo il solo vero modo di vederci chiaramente, senza distorsioni. 

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